Storia
Figli di Norn
Noi, Figli di Norn, raccogliamo in queste pagine alcuni importanti frammenti, raccolti nel corso di faticose ricerche, atti a ricostruire la storia delle nostre origini.
In questo modo, speriamo di non dover mai dimenticare il passato e di imprimere nelle nostre Memorie del tempo che fu e lo scopo primo del nostro eterno vagare: eliminare i Figli di Veddartha!
Che nostro Padre, Norn, ci guidi e ci dia la forza per organizzare la nostra vendetta!
Poco o nulla è rimasto della storia di Norn, se non leggende che per certo non rispecchiano la realtà nella sua interezza. Alcuni frammenti, che però i Figli di Norn non amano citare, riportano solo alcuni cenni, che fanno figurare Norn in realtà come il primo umano vampirizzato da Veddartha, da questa allontanato, dopo vari tentativi di eliminarlo nel tempo. I motivi che spinsero Veddartha a questo atteggiamento sono oscuri; si ipotizza che ella vide in Lui un ipotetico avversario, o ipotizzando che Lui in futuro la avrebbe potuta eliminare. Si sa solo che Norn sopravvisse e che moltiplico la sua “gente”, insegnando loro a dare vita ad un Clan dove ogni vampiro non temesse la forza del proprio fratello, ma ad apprezzare la Forza dell'Unione.
Quanto segue è “il Primo Frammento” , una delle LEGGENDE del Clan .
Primo Frammento (con valore leggendario e non storico) Nacqui dalla rabbia: mi ersi dal nulla e acquisii una natura la cui paradossale essenza fu quella di opporsi all'esserci umanamente inteso. Ero e non ero allo stesso tempo e la mia esistenza diventò una sola cosa con lo scorrere del tempo, pur negandolo a chi non godeva dell'immortalità. Fui una delle quattro lacrime nere che bagnarono il volto della Grande Madre e da esse, i miei fratelli ed io, ci mostrammo al mondo per compiere la nostra missione: ritrovare le gemelle Veddartha e Ygharù, figlie traditrici di Themis. Queste si erano unite al malvagio padre Simeht e al fratello Shierak e il potere dei Quattro così uniti era penetrato nei cuori di molti tra gli Angeli trasformandoli in esseri crudeli al servizio del male: i Demoni. Vagammo per un lungo periodo di tempo e, al nostro passare, l'umanità veniva pervasa dalla più rovinosa tra le catastrofi. Lentamente, tutte le terre fino ad allora create, non conobbero più luce e armonia. In ultimo, i miei fratelli ed io fummo costretti ad affrontare i Demoni, le cui menti offuscate dal male non furono in grado di rendere loro evidente la nostra superiorità. Le terre si trasformarono in un cruento campo di battaglia: i Demoni cadevano come foglie al nostro passare, ma continuavano ad attaccare senza sosta, tanto che la lotta sembrava non dovesse avere più fine. Era l'Apocalisse e noi ne eravamo i Quattro Cavalieri: Carestia, Pestilenza, Guerra e Morte. La Grande Madre si era fatta silenzio: sembrava non udire le suppliche dei suoi sudditi, ridotti alla fame ed alla morte. Quando ormai tutto sembrava essere perduto, un Demone superstite, spaventato dal clima di distruzione, rivelò il luogo ove si erano nascoste le figlie della Madre ed ivi ci guidò. Fu così che noi, Cavalieri dell'Apocalisse, scendemmo nelle viscere della Terra e trovammo Veddartha e Ygharù nella dimora di Simeht, in compagnia di Shierak. Simeht le aveva attirate mediante un incantesimo, trasformando Shierak in un bellissimo giovane del quale le due sorelle si erano innamorate. L'amore e l'attrazione aveva scatenato nei cuori delle gemelle sentimenti terreni e la gelosia le aveva trasformate in esseri crudeli, allontanandole dalla luce sotto la quale erano cresciute: quella della Madre Themis.
Una volta trovati i Quattro colpevoli, li conducemmo al cospetto della Grande Madre per essere giudicati e puniti. Simeht fu imprigionato nel centro della terra; Shierak, vista la sua apparenza deforme e la sua incapacità di provare sentimenti, fu lasciato andare; Ygharù fu trasformata in una lupa e da essa trasse origine la razza dei Mannari. Veddartha…Veddartha mi conobbe nel profondo. Arrivò sino a un passo da me, senza potersi addentrare oltre, vista la sua natura divina che le conferiva immortalità. Fu trapassata dalla spada di mio fratello Carestia e, dopo aver bevuto il mio sangue, fu costretta a tornare sulle terra, raminga e sola, e da lei si generò la razza maledetta dei Vampiri. Quello fu un giorno da ricordare. Quello fu il giorno in cui vita e morte si fusero in un unico essere, congiungendosi mediante una tale perfezione che solo una natura divina poteva conferire loro. Tuttavia, in pochi conobbero il segreto che, da allora, la Grande Madre ci chiese di celare nella speranza che la catastrofe generata dal tradimento delle figlie potesse spegnersi con la loro punizione e venire dimenticata. Themis sapeva in cuor suo che la verità sarebbe affiorata. La sua divina veggenza era consapevole che il tentativo di dimenticare avrebbe dato vita ad un futuro incerto e, probabilmente, ad una ulteriore rottura dell'equilibrio faticosamente riacquistato. Ma nulla di diverso poteva essere fatto. Ripensando a quei momenti, così lontani eppure sempre vivi nella mia mente volta all'eternità, so con certezza che la Grande Madre fece ciò che doveva e che ciò che accadde in seguito fu opera del Fato. Questi si ergeva inesorabile su di noi, superando in forza e incisività ogni tentativo divino di imporre la propria impronta sugli eventi. Mi rivedo ancora, al fianco dei miei fratelli, attraversare gli antri oscuri del sottosuolo e volteggiarmi tra gli odori che mi colpivano i sensi, accarezzando leggermente il terreno con il lungo mantello dal quale ero cinto. L'oscurità a me familiare accompagnava i nostri passi, fino a divenire silenzio e a perdersi negli abissi. Noi entrammo nelle profondità della terra e il nostro spirito divenne un tutt'uno con i suoi elementi sino a fondersi con essi: eravamo leggeri come nebbia e apparentemente inconsistenti come l'aria in un giorno di sole. In pochi istanti giungemmo nella caverna e qui trovammo i Quattro Colpevoli che, con estrema facilità, unite le forze, catturammo. Fu allora che udii quel suono a me sconosciuto. Mi voltai. In un istante sfiorai con la mente ogni angolo di quel luogo, fino a quando non trovai quell'essere. La sapienza, concessami da Themis, non fu in grado di concepire la natura della strana forma che si agitava a pochi passi da me e la osservai da lontano, incapace, per la prima volta di prendere una qualsiasi decisione. Per anni avevo seminato ogni sorta di distruzione, portando ovunque la mia verità, implacabilmente. Ma non avevo mai osservato la vita così da vicino e, anche ora che potevo toccarla con mano, ne avvertivo la completa distanza dalla mia natura e dal mio essere. Dopo alcuni istanti di lieve indecisione, presi la creatura e la portai al cospetto della Grande Madre. Appena Themis la vide chiuse gli occhi e serrò le labbra quasi stesse cercando di reprimere un incontenibile dolore: quell'essere a me sconosciuto era un neonato, figlio di Veddartha e Shierak, semidio nipote di Themis. La sua stessa esistenza era un'offesa alla Natura stessa e, agli occhi della Nostra Signora, rappresentava un pericolo da non trascurare. Stette a lungo ad osservare il neonato senza dire una parola, senza che dal suo volto trasparisse alcuna emozione: sapeva che avrebbe dovuto eliminarlo, ma si rendeva anche conto che, così facendo, avrebbe ucciso il suo stesso sangue e la sua divina essenza le vietava di compiere un tale atto. Finalmente arrivò ad una decisione. Impose la mani sull'essere e lo sollevò lentamente, osservandolo con occhi fermi e distanti: “Tu, Figlio del Tradimento, derivi da un atto contro natura e, per questo meriteresti l'annientamento. Tuttavia…”.
La Grande Madre restò alcuni istanti in silenzio e il suo sguardo sembrò raddolcirsi lievemente: “Tuttavia appartieni sempre alla mia stirpe e non posso eliminare ciò che deriva da sangue divino. Quindi, ho deciso che vivrai!”
Poi Themis si voltò verso noi Quattro Cavalieri e pronunciò la sua decisione: “Voi prenderete questo neonato e lo porterete sulla Terra, al cospetto del Drago Shurakai. Gli direte che il suo nome è Norn e gli ordinerete a nome mio di condurlo in una grotta remota, ove lo custodirà e alleverà, nascondendogli la verità sulla sua natura.”
Poi, rivolta ancora la neonato: “Vivrai nell'ignoranza e nella più desolante delle solitudini. Questo è ciò che concedo al figlio dell'abominio e della vergogna.”
Fu così che conducemmo Norn presso Shurakai ed ora il figlio di Veddartha sembra essere solo un lontano ricordo.
Io, tuttavia, so che un giorno, in un modo nell'altro, tornerà dal nulla nel quale sembra essersi dissolto. Se scrivo queste parole è perché il tempo non cancelli la memoria di quanti hanno sete di verità.
La Morte
Cavaliere dell Apocalisse